09 Feb 2019

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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La comunicazione efficace

La comunicazione efficace

Partiamo dal primo assioma di Watzlawick (1)  sulla comunicazione: “Non si può non comunicare”. Questo significa che qualunque comportamento comunica qualcosa agli altri, anche il silenzio.

La comunicazione influenza le interazioni sociali ed è capace di determinarne l’andamento (positivo o negativo). Per questo imparare a comunicare è di fondamentale importanza e può fare la differenza tra relazioni conflittuali e relazioni serene.

Comunicare efficacemente significa:

  • Avere chiaro l’obiettivo della propria comunicazione. Può sembrare banale ma in molti casi, iniziamo una comunicazione senza avere ben chiaro cosa vogliamo ottenere e cosa vogliamo che l’altro capisca. Questo può portare facilmente a fraintendimenti. Se invece chiarisco prima a me stesso quali sono i contenuti fondamentali che voglio comunicare e cosa voglio ottenere la comunicazione sarà più efficace.
  • La comunicazione deve essere chiara. Poche e semplici frasi evitando giri di parole e riferendosi solo al presente evitando di ricordare eventi ormai appartenenti al passato e di cui si è già discusso.
  • Iniziare la frasi con “IO” piuttosto che con “TU”. Per comunicare efficacemente senza innescare litigi e arrabbiature è importante dimostrare di assumersi la responsabilità di se stesso. Le frasi che iniziano con “IO penso, credo, voglio”, non suonano come una accusa e mettono in primo piano noi stessi con i nostri bisogni, pensieri e anche responsabilità. Le frasi che iniziano con “TU hai fatto, hai detto” rappresentano una accusa all’altro che inevitabilmente si difenderà o accusando a sua volta o interrompendo la comunicazione.
  • Comunicare efficacemente vuol dire anche saper ascoltare. Ascoltare non vuol dire solo stare in silenzio e lasciar parlare l’altro senza interrompere, ma vuol dire rielaborare quanto detto dall’altro e comprenderlo sia nel contenuto sia nella valenza affettiva.
  1. Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971.
Psicologa Vomero | La chiave del successo 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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Le chiavi del successo

Le chiavi del successo

Che cos’è il successo? La parola successo per alcuni è evocativa di fama e profitto, ma in generale si riferisce al raggiungimento dei sogni e delle ambizioni di una persona.

I mass media trasmettono continuamente pubblicità di oggetti sempre più costosi, come la macchina di lusso e la vacanza esclusiva, facendo a volte immaginare la realizzazione economica come unico obiettivo possibile. Persone senza particolare talento che raggiungono la fama mediatica diventano per alcuni degli esempi da imitare. Se la ricchezza diventa valore condiviso e sinonimo di successo, corriamo il rischio di considerarla come un nostro obiettivo. Ma la parola successo non è sinonimo di fama e ricchezza, si riferisce al raggiungimento degli obiettivi personali e delle ambizioni di una persona, qualunque esse siano, ossia ci si riferisce all’autorealizzazione.

Per ciascuno, quindi, raggiungere il successo vorrà dire cose diverse: costruire una famiglia unita, diventare manager di una grande azienda, diventare famosi, aprire un bar su una spiaggia tropicale o comprare una bellissima isola privata nell’oceano indiano. Qualunque sia il nostro obiettivo, se raggiunto, ci regalerà soddisfazione e felicità.

Il primo segreto per raggiungere il successo è avere le idee chiare. Molte persone vivono ogni giorno senza sapere veramente cosa vogliono, cosa desiderano e per questo non concretizzano nessun sogno. Kahlil Gibran dice: “Non c’è desiderio ardente che rimanga inappagato”.

Ci sono uomini che non scelgono nella vita, perché hanno tremendamente paura di fallire, di mettersi in gioco e si aggrappano a quello che spesso gli altri hanno scelto per loro. Restano così dove sono pur lamentandosi. Costoro restano spettatori della propria vita e lasciano che qualcun altro sia attore della vita che hanno sempre sognato. Il paradosso è che non hanno soltanto paura di perdere, ma anche di vincere, perché le scelte implicano delle responsabilità. Questo comporta l’impossibilità di raggiungere il successo personale, non perché mancano le potenzialità necessarie, ma perché si resta in balìa delle onde senza mai stabilire una destinazione. Bisogna scegliere e rischiare per raggiungere i nostri obiettivi.

Fermiamoci a pensare cosa vogliamo davvero, cosa davvero ci farebbe sentire appagati e soddisfatti, senza lasciarci condizionare dagli obiettivi degli altri, dai desideri delle persone a noi più care, dai condizionamenti esterni e dai consigli circa la maggiore fattibilità o appetibilità di una cosa piuttosto di un’altra. Non lasciamoci bloccare dalle insicurezze e dai disagi che a volte scandiscono il nostro tempo, assorbono le nostre energie e non ci permettono di guardare oltre e di riflettere sui nostri obiettivi.

Per essere sicuri che gli obiettivi scelti siano davvero quelli importanti per noi, chiediamoci: “perché voglio raggiungerlo? Perché è importante per me?”, se non riusciamo a dare una risposta, allora è meglio cambiare idea.

Se abbiamo capito cosa vogliamo sul serio, siamo già a metà strada. Il resto del cammino sarà impegnativo, a volte difficile, ma se saremo sicuri della meta e saremo in buona compagnia, riusciremo a goderci anche il viaggio.

Il prossimo passo è trasformare i desideri in obiettivi concreti: se restano vaghi non potranno mai realizzarsi. Spesso è proprio la mancanza di concretezza negli obiettivi che ci impedisce di raggiungerli. Non basta dire “voglio essere felice”, bisogna chiedersi cosa significa per noi essere felici e stabilire degli obiettivi il cui raggiungimento può portarci alla felicità. In altre parole, per raggiungere il successo dobbiamo sapere dove vogliamo arrivare. “Se vuoi raggiungere il tuo obiettivo devi vedere la meta nella mente prima di poter davvero conseguire l’obiettivo” (Zig Ziglar).

Inoltre, è importante pianificare la strada da percorrere e i tempi necessari per raggiungere la meta prima di partire. Per arrivare al nostro obiettivo potrebbero esserci più percorsi possibili, e non necessariamente uno sarà migliore di un altro. Nella scelta dobbiamo considerare sia le nostre capacità sia le caratteristiche del percorso e scegliere quello più adatto e praticabile per noi.

Una volta scelti obiettivi concreti, è necessario avere fiducia nelle nostre capacità, perchè se neanche noi crediamo in noi stessi, chi ci crederà? L’autostima è importante anche nella fase di scelta degli obiettivi, infatti, se non crediamo abbastanza nelle nostre possibilità, avremo timore anche ad immaginare quello che davvero desideriamo.

Quante volte ci siamo sentiti dire: “questa cosa non si può fare. È impossibile!”. Troveremo sempre persone che tenteranno di farci cambiare idea. Non lasciamoci ingannare e scoraggiare. Spesso quando non si riesce in qualcosa, oppure si ha troppa paura per provarci, si pensa che sia impossibile…ma tutto è relativo. Ad esempio, io certamente vi direi che è impossibile correre i 1500 metri in 4 minuti, perché non ci riuscirei, ma per una campionessa olimpica è un gioco da ragazzi!

Bisogna essere ottimisti e non scoraggiarsi di fronte alle prime avversità. È inutile vivere nella speranza di non trovare ostacoli lungo il cammino, bisogna solo sapere cosa fare quando li incontreremo, valutare il problema e gli elementi a nostra disposizione e pianificare le strategie migliori per superare le difficoltà. Non abbandoniamo i nostri progetti alle prime avversità dicendo a noi stessi che in fondo ci abbiamo provato, sarebbe un peccato! Bisogna essere motivati e perseveranti.

Comunicare le proprie idee e progetti in modo chiaro, efficace ed empatico, sicuramente ci aiuterà a trovare alleati lungo il nostro cammino. Dire le cose nel modo giusto quasi sempre fa la differenza. Il modo di comunicare è importante. Quante volte ci capita di non essere d’accordo con qualcuno non tanto per quello che dice ma per il modo in cui lo dice. Bisogna essere convincenti e credere nelle proprie idee e nei propri obiettivi per poter trasmettere anche agli altri il nostro entusiasmo. Troveremo in questo modo persone disposte a scommettere su di noi, a sostenerci lungo il cammino e a spianarci la strada verso il nostro successo.

Purtroppo non basta volere per potere, ma è necessario agire. Platone dice che: “Il destino non viene da lontano. Cresce dentro ciascuno di noi”. Questo significa che non si può decidere cosa volere e aspettare che i risultati piovano dal cielo. Non si può aspettare che gli altri lavorino per noi, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare duro per conquistare quello che vogliamo. La bravura, l’impegno e la perseveranza prima o poi verranno riconosciuti e premiati.

In ultimo per raggiungere il successo non guasta un po’ di creatività. Non è necessario inventare strumenti sensazionali, bisogna solo essere capaci di guardare le cose con occhi diversi, cambiare prospettiva e riuscire a proporre idee nuove che possano essere apprezzate dagli altri.

In conclusione la ricetta per raggiungere il successo è semplice: scelta di obiettivi concreti, fiducia in se stessi, ottimismo, comunicazione efficace, azione e un pizzico di creatività.

In bocca al lupo!

Un uomo d’affari americano era sul pontile di un piccolo villaggio di mare messicano quando vide attraccare una piccola barca con un pescatore a bordo.

Nella barca c’erano grandi tonni. L’americano fece i complimenti al pescatore e gli chiese quanto tempo avesse impiegato per prenderli.

Il messicano rispose: “Pochissimo”. Allora l’americano chiese: “Perché non è rimasto fuori più lungo per pescare più pesci?”

Il messicano rispose che bastavano per soddisfare le esigenze della sua famiglia. L’americano chiese: “Ma che fa con il resto del suo tempo?”

“Dormo fino a tardi, gioco con i miei bambini, faccio una siesta con mia moglie, vado al villaggio dove bevo vino, suono la chitarra con i miei amigos; ho una vita intensa e complicata, senor”.

“Io sono laureato ad Harvard e posso aiutarla. Dovrebbe passare più tempo a pescare e con il ricavato comprare una barca più grande, poi potrebbe comprare più barche, alla fine avrebbe una flotta. Dovrebbe lasciare questo villaggio, spostarsi a Mexico City, e poi a New York dove dirigerebbe la sua impresa in espansione”.

Il pescatore chiese: “Ma senor, quanto tempo ci vuole per tutto questo?” L’americano rispose: “15-20 anni”. “E dopo, senor?”.

L’americano sorrise e disse: “Venderà tutto e diventerà miliardario”. “Miliardario, senor? E poi?”.

“Andrà in pensione in un piccolo villaggio di pescatori dove potrà dormire fino a tardi, giocare con i bambini, fare una siesta con sua moglie, andare al villaggio per bere vino e suonare la chitarra con i suoi amigos…”

Questo breve racconto circola in internet senza che se ne conosca più l’origine e l’autore, ma può farci riflettere sul significato che ciascuno di noi dà alla parola successo e sul fatto che a volte, a guardar bene, abbiamo già tutto quello che ci serve per vivere una vita di successo.

Psicologa Vomero | Dipendenza dal sesso 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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La dipendenza dal sesso

La dipendenza dal sesso (Disturbo sessuale compulsivo)

Il comportamento sessuale compulsivo è caratterizzato da comportamenti sessuali eccessivi e inappropriati e dall’incapacità di controllare il proprio comportamento sessuale. I soggetti che sviluppano questo tipo di comportamento compromettono seriamente le loro relazioni affettive, spesso anche il proprio lavoro e in generale tutte le sfere della vita, ma nonostante questo, riferiscono l’incapacità di smettere. La loro vita è ossessionata dal pensiero del sesso e spendono la maggior parte del proprio tempo alla ricerca di occasioni utili per incontrare partner sessuali.

Come gli altri comportamenti compulsivi, è caratterizzato dall’incapacità di smettere e dai pensieri intrusivi, cioè pensieri che invadono la vita quotidiana del soggetto rendendo difficile qualsiasi sfera della vita. Per altri autori, come Irons e Schneider (Irons & Schneider, 1996) il disturbo si adatta ai criteri della dipendenza da sostanze, considerandolo, quindi, una dipendenza comportamentale.

I criteri comportamentali descritti nelle dipendenze in genere possono essere riassunti in tre punti: la perdita di controllo, cioè la perdita della libertà di scegliere liberamente se continuare o smettere il comportamento in questione; il continuare il comportamento nonostante le conseguenze negative ad esso correlate, come la perdita della salute, legata anche al rischio di contrarre l’HIV in conseguenza di pratiche sessuli non sicure, e la perdita di relazioni sociali significative; lo spendere la maggior parte del tempo in attività necessarie a garantirsi l’uso della sostanza (preoccupazione), in questo caso il tempo necessario per la ricerca del partner sessuale.

Possibili cause della compulsione sessuale

Secondo la teoria di Bergner (Bergner, 2002) ciascuno di noi ha uno scenario sessuale, ovvero una fantasia preferita che tende ad immaginare più delle altre. I soggetti con comportamento sessuale compulsivo sono, a suo avviso, persone che hanno subìto esperienze di degradazione e di abuso che li hanno portati a pensare di non essere persone degne di amore o in grado di amare. La conseguenza è che queste persone cercano fantasie sessuali in cui possano avere in qualche modo una rivalsa, in cui possano sentirsi accettati e desiderati. Unendo a questo il fisiologico piacere legato al sesso, si capisce come mai per queste persone il desiderio di mettere in pratica questo scenario sessuale possa diventare impellente e compulsivo. Questo punto di vista è supportato anche da Carnes (Carnes, 1991, in Bergner, 2002) che afferma che la maggior parte delle persone che sviluppano comportamenti sessuli compulsivi è stato in passato oggetto di abusi sessuali, fisici o emozionali. In alcuni casi questo senso di inadeguatezza e inferiorità può tradursi in un bisogno narcisistico di affermazione, questo spiegherebbe la correlazione in alcuni casi riscontrata tra comportamento sessuale compulsivo e disturbo narcisistico della personalità.

Secondo questo punto di vista, essenziale nel recupero di persone con compulsione sessuale è l’eliminazione di questi sentimenti di degradazione. Nel caso in cui durante un tentativo di recupero questo non avvenga, è molto probabile una ricaduta del paziente nei suoi vecchi stili comportamentali.

Trattamento

A differenza del trattamento della dipendenza da sostanze chimiche che ha come obiettivo la completa astinenza dall’uso della sostanza stessa, l’obiettivo terapeutico del trattamento della dipendenza dal sesso è l’astinenza solo dai comportamenti sessuali compulsivi, auto-distruttivi e contemporaneamente lo sviluppo di una sessualità sana, obiettivo che in genere è raggiunto attraverso un programma di ricovero e terapia.

Sebbene il concetto di comportamento sessuale compulsivo può essere utile da un punto di vista clinico, bisogna considerare che esso descrive una popolazione di pazienti estremamente diversi con diverse comorbidità psichiatriche. Come prima accennato, spesso la dipendenza dal sesso si associa ad altri tipi di dipendenze che vanno trattate contemporaneamente. Un trattamento unico per un gruppo di pazienti così diverso è stato difficile da individuare (Kuzma & Black, 2004).

In particolare, considerare il disturbo come ossessivo-compulsivo ha suggerito l’uso di trattamenti farmacologici, nello specifico l’utilizzo di farmaci antidepressivi, come la fluoxetina e in generale la categoria dei SSRIs (=Selective Serotonin Reuptake Inhibitors) (Bradford, 2001).

La considerazione del disturbo come dipendenza, invece, ha orientato la terapia verso paradigmi considerati efficaci per il trattamento delle dipendenze in generale, quali terapia di gruppo, e gruppi di auto-aiuto basati sul modello degli Alcolisti Anonimi e l’accento sulla prevenzione delle ricadute. Sicuramente, soprattutto se si assume l’ottica del comportamento sessuale compulsivo come una dipendenza, è utile un periodo di astinenza totale di 30-90 giorni, che includa anche l’astinenza dalla masturbazione. Lo scopo è di mostrare al paziente che può sopravvivere senza sesso e di riuscire a far scoprire tutte quelle sensazioni che prima erano nascoste dal comportamento compulsivo di ricerca del sesso.

La psicoterapia è certamente una modalità di trattamento, soprattutto in presenza di traumi infantili, per alleviare il senso di vergogna conseguente ad azioni passate. Inoltre la terapia di coppia è certamente molto utile nel caso in cui il paziente sia riuscito a mantenere una relazione di coppia stabile, che certamente ha comunque risentito per la presenza del disturbo. In questo quadro la terapia di coppia si rivela utile per ristabilire un corretto dialogo e una reciproca fiducia tra i partner.

Riferimenti bibliografici

Bergner RM. Sexual compulsion as attempted recovery from degradation: theory and therapy. J Sex Marital Ther. 2002 Oct-Dec;28(5):373-87. Review.

Bradford JM. The neurobiology, neuropharmacology, and pharmacological treatment of the paraphilias and compulsive sexual behaviour. Can J Psychiatry. 2001 Feb;46(1):26-34. Review.

Schneider JP and Irons R. Differential diagnosis of addictive sexual disorders using the DSM-IV. Sexual Addiction & Compulsivity 1996; 3:7-21.

Psicologa Vomero | Bisogno della moda 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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La moda: una risorsa o un limite?

La moda: una risorsa o un limite?

La moda, o costume, nasce solo in parte per la necessità di coprirsi. Fin dai tempi più antichi, l’abito assunse anche precise funzioni sociali, allo scopo di definire i ruoli, le mansioni e le classi sociali di appartenenza di ciascuno. Ad esempio, nel Settecento in Francia si affermò l’uso delle parrucche, che divennero indispensabili e caratterizzanti dell’abbigliamento dei nobili.Ancora oggi l’abito svolge numerose funzioni sociali. Nelle popolazioni tribali, come i Masai e i Turkana, popoli Keniani, gli individui vengono divisi in classi di età e ad ogni età corrisponde un costume caratteristico assegnato dopo una cerimonia che ne decreta l’inizio. In questo modo ogni appartenente alla società può comunicare, senza possibilità di fraintendimenti, la sua classe di età e lo status sociale. Il popolo Himba, che vive nella Namibia settentrionale, fin dalla tenera età adorna il corpo e cinge il collo con grosse collane, ma solo dopo la nascita del primo figlio, le donne possono adornare il petto con una conchiglia proveniente dalle coste dell’Angola (ohumba), inequivocabile segno della propria fertilità.

Nelle società occidentali non abbiamo segni estetici specifici per indicare la classe di età a cui apparteniamo, ma il modo di vestire è ugualmente importante per la comunicazione. Quante volte ad un primo appuntamento o per un colloquio di lavoro ci siamo chiesti: ”cosa indosso?” E quante volte ci siamo detti:” oggi mi vesto di nero…rispecchia il mio umore..!”. L’aspetto esteriore è il nostro primo biglietto da visita. Con l’abbigliamento e con la cura del corpo possiamo comunicare aspetti del nostro carattere o dissimularne degli altri. Il detto “l’abito non fa il monaco” sta a significare proprio la possibilità di dissimulare aspetti della nostra personalità per inventarne o sottolinearne altri.

La comunicazione non verbale riveste un ruolo fondamentale nella nostra vita sociale e il modo di presentarsi e di vestirsi certamente è il primo aspetto con il quale comunichiamo qualcosa di noi. Un abbigliamento trasgressivo può significare lo sprezzo delle regole o la voglia di ribellione, un abbigliamento classico che si è più legati alle tradizioni e uno trasandato comunica un millantato o reale disinteresse per l’estetica.

Prima della rivoluzione francese i sarti confezionavano abiti su misura disegnati e voluti dal committente, è dal XIX secolo che i sarti diventano stilisti, cioè confezionano degli abiti in base alla loro creatività. Dal quel momento in poi, il rapporto tra sarto e cliente si capovolse e quest’ultimo indossava abiti non più ideati da lui ma dallo stilista. Potremmo chiederci, a questo punto, come si concilia l’espressione della nostra personalità attraverso lo stile personale e l’essere sempre alla moda seguendo l’estro degli stilisti. Certamente ciascuno di noi interpreta e sceglie tra quello che la moda ci propone, ma possiamo aggiungere che al bisogno dell’uomo di sentirsi apprezzato e ammirato nella propria originalità, si aggiunge quello di sentirsi accettato e parte di un gruppo. Questo bisogno si esprime soprattutto nell’adolescenza, una fascia d’età durante la quale il progressivo distacco dalla famiglia rende necessario il sentirsi parte di un gruppo esterno ad essa. L’appartenenza al gruppo può esprimersi attraverso il modo di vestire e la scelta comune degli ornamenti. Alcune gang degli Stati Uniti si spingono fino a farsi tatuare il simbolo dell’appartenenza al gruppo per dimostrare fedeltà incondizionata in cambio di affiliazione e protezione. Gli adolescenti tendono ad uniformarsi anche nel modo di vestire per sentirsi parte del gruppo, se si vestissero in modo troppo differente comunicherebbero al primo sguardo la loro “estraneità”. Con l’ingresso nella vita adulta questo bisogno di appartenenza va scemando e negli individui cresce il bisogno e il desiderio affermare la propria identità, di differenziarsi dagli altri e di sentirsi unici. La moda allora diventa un modo per sentirsi belli e affascinanti e per comunicare lo status sociale. Infatti, nonostante gli abiti firmati siano diventati più accessibili alle tasche di tutti, certamente un orologio costoso o un abito di alta moda comunicano l’appartenenza ad uno status sociale elevato.

Ma allora seguire la moda ci rende più belli e affascinanti o tutti uguali? In altre parole è una risorsa o un limite? Credo che sia possibile trovare un compromesso ed esprimere la propria personalità interpretando la moda dei grandi stilisti per sentirsi sempre affascinanti e a proprio agio.

Psicologa Vomero | Oltre la bellezza 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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Oltre la bellezza

Oltre la bellezza

Il culto della bellezza è sempre esistito e ciascuna civiltà ha dettato i suoi canoni estetici. Già 3500 anni prima di Cristo, gli Egizi importavano dall’Oriente oli essenziali e minerali utili alla produzione di unguenti e profumi.

Oggi la bellezza è senz’altro un valore, che quando si possiede si coltiva e quando non si ha si costruisce. Chi non ha un corpo abbastanza bello e armonioso può rimediare con la chirurgia estetica che, in alcuni contesti e raggiunta una certa età, è diventata quasi d’obbligo. Per stare al passo coi tempi bisogna considerare il botulino, non più come pericolosa tossina, ma come un amico, come elisir di bellezza e gioventù. Si ricorre in misura sempre crescente alla chirurgia estetica al punto da richiedere un seno o un naso nuovo magari come regalo di compleanno. Lo svantaggio della chirurgia estetica è che ci offre una bellezza “standard” che ci rende tutti uguali e nasconde le nostre caratteristiche distintive belle o brutte che siano e finisce per distorcere il nostro aspetto naturale. Il vantaggio è che andare dallo stesso chirurgo plastico di una nota attrice ci garantisce di somigliare un po’ a lei…

Ormai la bellezza non è prerogativa solo femminile e la chirurgia estetica spopola anche tra gli uomini. Gli impianti di silicone nei polpacci o nei glutei, piuttosto che gli interventi per gonfiare i pettorali sono oggi molto richiesti, e cresce anche l’offerta di prodotti di bellezza dedicati al “sesso forte”.

La civiltà occidentale è incentrata sull’apparenza e così diventa un business promettere bellezza. La televisione porta direttamente nelle nostre case donne bellissime e uomini prestanti che diventano i nostri modelli. Pare che non si possa prescindere da una bella ragazza neanche per vendere dei barattoli di pittura.

La bellezza è vissuta a volte come scorciatoia per il successo, come se alle belle fosse concesso di raggiungere la ricchezza subito e senza fatica, magari sposando un calciatore o sgambettando in tv e le brutte fossero condannate a guadagnarsi faticosamente il raggiungimento dei propri obiettivi.

Il culto di una bellezza “standard” a tutti i costi non lascia spazio a divagazioni. Nell’adolescenza quando il corpo cambia velocemente e la personalità non è ancora del tutto delineata, si cercano dei modelli da seguire e se si trovano esclusivamente nella bellezza e nella magrezza a tutti i costi, si rischia di perdere di vista i valori alternativi e importanti come l’intelligenza e la cultura. Il confronto costante con i modelli proposti, a volte così difficili da raggiungere, mina l’autostima degli adolescenti che rischiano di crescere insicuri e sempre insoddisfatti.

Da recenti ricerche è emerso che non sono più solo le adolescenti a voler essere a tutti i costi belle e magre; ora il problema riguarda anche le bambine di 6 anni che dichiarano di non essere soddisfatte del proprio aspetto fisico e di voler essere più magre. L’età di insorgenza dell’anoressia si abbassa progressivamente e oggi riguarda sempre più spesso bambine di 8-10 anni che già ambiscono al fascino delle forme esteriori. Il nostro è un mondo in velocissima evoluzione e se non troviamo il modo di offrire ai giovani dei modelli alternativi, rischiamo di ritrovarci con generazioni di ragazze il cui unico e più alto obiettivo sarà quello di essere o diventare belle e magre.

Rincorriamo la bellezza passando ore in palestra e seguendo diete ferree. Il rischio è che un corpo bello fino alla perfezione possa diventare un contenitore vuoto. La cura eccessiva del corpo può diventare un’ossessione che ci occupa la maggior parte del tempo e dei pensieri. In alcuni casi può limitare i rapporti interpersonali, riducendo le occasioni di incontro. In altri casi è un modo per sentirci più sicuri e sperare che le persone si soffermino solo sul nostro aspetto esteriore senza entrare troppo in profondità, dove potrebbero scoprire vecchie sofferenze e insicurezze. Se non abbiamo abbastanza fiducia nella possibilità di essere amati così come siamo, possiamo credere che lo saremo solo diventando belli. Una qualsiasi nostra imperfezione fisica potrà risvegliare la nostra paura di essere abbandonati per non essere perfetti. Ci si ammala di perfezionismo e questo ci rende potenzialmente sempre frustrati e insicuri.

La bellezza è percepibile con gli occhi e risponde a canoni oggettivi, ma una bellezza solo esteriore senza fascino è come un bel manichino in una costosa boutique. Se guardiamo oltre la bellezza, scopriamo il fascino della personalità che rende ognuno di noi unico. Il fascino porta in sé tutta la forza dell’irrazionale e della magia che sconvolge i canoni di valutazione oggettiva e arriva non solo agli occhi ma al cuore e alla mente. E’ la personalità che costruisce il fascino di una persona; l’intelligenza e la sicurezza di sé che si manifestano con i gesti, gli sguardi, le parole e i sorrisi; la capacità di comprendere gli altri, di mettersi in discussione, di ascoltare e arricchire l’esperienza altrui. Una persona affascinante è una persona sicura di sé, delle sue capacità e della sua bellezza sia esteriore sia interiore. Il fascino è anche mistero. Oggi prediligiamo la bellezza esposta e in alcuni casi ostentata che non lascia spazio all’immaginazione. Le civiltà orientali in qualche misura hanno conservato il valore del fascino e includono questo aspetto nei loro canoni estetici. L’aspetto positivo è che non essendo una dote oggettiva, come la bellezza, tutti possono acquisirla. Il segreto è occuparci della nostra interiorità, conoscere e valorizzare le nostre risorse, arricchirci di esperienze costruttive e migliorare la nostra autostima. Sentirci sicuri di poter piacere ci aiuta a diventare più “belli” pur nella consapevolezza di non essere perfetti. L’allegria, la simpatia, la leggerezza ci rendono affascinanti e il fascino cancella i nostri limiti fisici.

L’obiettivo è piacere a noi stessi. Quando amiamo qualcuno, impariamo ad apprezzare anche i suoi difetti. E’ così che dovrebbe essere anche per noi stessi. Dovremmo imparare ad amare il nostro naso non proprio alla francese, il nostro sorriso non proprio perfetto e le nostre maniglie dell’amore, perché fanno parte di noi e ci caratterizzano. D’altra parte,

il nostro corpo è la prima cosa che mostriamo di noi e se c’è qualcosa che proprio non ci piace, allora va bene anche cercare di cambiarlo. Se un naso importante ci mette a disagio tra la gente, rendendoci impacciati e poco seducenti, ridurre il problema può significare ritrovare sicurezza nelle nostre possibilità di piacere agli altri.

Una canzone di Carmen Consoli recita: “certe volte l’importante è vedersi più belli quanto basta per sentire che il mondo è vicino e non è perfetto”. Per me significa che quando attraversiamo periodi difficili e di cambiamento è importante continuare a volersi bene, a voler bene sia il nostro corpo sia la nostra anima per sentirci più in pace con noi stessi e con il mondo.

Il ritratto di Dorian Gray, eccellente capolavoro di Oscar Wilde, è una vera e propria celebrazione del culto della bellezza. Dorian è un ragazzo particolarmente bello, il quale viene dipinto in un quadro dal pittore Basil. Nello studio del pittore incontra Lord Wotton il quale gli dice:

“Avete un volto meraviglioso, signor Gray […]. E la bellezza […] è una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole, o come la primavera, o il riflesso nell’acqua cupa di quella conchiglia d’argento che chiamano luna. Su di essa non si può discutere: ha un diritto divino alla sovranità, rende principi coloro che la possiedono. Sorridete? Non sorriderete quando l’avrete perduta […]. Per me la bellezza è la meraviglia sovrana. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze […] Sì, signor Gray, gli dei sono stati benigni con voi, ma gli dei non indugiano a riprendersi quello che danno. Avete solo pochi anni per vivere realmente, perfettamente e pienamente. Quando la gioventù vi abbandonerà, la bellezza si affretterà a seguirla, e allora vi accorgerete a un tratto che non vi sono più trionfi per voi o dovrete contentarvi di quei mediocri trionfi che il ricordo del vostro passato renderà amari più che disfatte […]”.

Dorian esprime il desiderio che il dipinto possa portare al suo posto i segni del passare del tempo, in modo che la sua bellezza si possa mantenere per sempre intatta. Il suo desiderio si realizza, ma Dorian, dedito esclusivamente all’esteriorità, compie nequizie d’ogni genere, culminanti nell’omicidio del pittore Basil. Non sopportando più di scorgere nel quadro il ghigno maligno della sua dissolutezza, decide di disfarsene e pugnala la tela, cadendo a terra morto. Distruggendo il quadro, Dorian pone fine all’altra parte inseparabile di sé, e quindi anche alla sua stessa vita, ricongiungendosi con la sua anima abietta e maligna.

Psicologa Vomero | La scelta del partner 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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La scelta del partner

La scelta del partner

Quante volte ci siamo sentiti dire: “quanto sono sfortunata in amore!” oppure “perché li trovo tutti così?”

La domanda giusta sarebbe “perché mi innamoro sempre dello stesso tipo di persona?”

Si dice che l’amore è cieco, ma in realtà ci vede benissimo!

Nella scelta del partner, un ruolo di primo piano è giocato dagli aspetti di cui non siamo consapevoli. Fin da bambini viviamo all’interno di relazioni e apprendiamo quali sono le risposte degli altri alle nostre richieste. Ci costruiamo delle griglie di lettura che ci guidano all’interpretazione e alla valutazione delle nostre relazioni, degli altri e di noi stessi. Questi apprendimenti possono essere integrati nel corso della vita da nuovi incontri e nuove relazioni, ma fondamentalmente quanto impariamo da piccoli sulle relazioni dal rapporto con i nostri genitori tende ad essere confermato e a guidare fortemente le nostre scelte relazionali future.

In ciascuna coppia possono essere rintracciati gli elementi inconsapevoli che hanno guidato la scelta. In ogni caso si sviluppano degli incastri perfetti tra i nostri bisogni e quelli dell’altro. Ad esempio, il bisogno di confermare continuamente l’interesse che l’altro ha per noi, dettato dalla paura di non essere amati, potrebbe trovare soddisfazione con una persona che, avendo paura di essere abbandonato, è gelosissimo e non permette all’altro occasioni di incontro esterno. La gelosia sarà funzionale al bisogno di conferme perché comunicherà che l’altro non sopporta l’idea di perderci e ci permetterà di accettare scenate e limitazioni non proprio piacevoli. Dall’altra parte l’accettazione di queste limitazioni comunicherà all’altro la volontà di restare insieme e rassicurerà circa la paura che l’altro se ne vada. Oppure la difficoltà ad essere autonomi e la forte dipendenza si sposano bene con il bisogno di sentirsi forti e indispensabili, e così un membro della coppia diventa iperattivo per dimostrare a se stesso e agli altri di essere capace e l’altro estremamente passivo e dipendente. In entrambi i casi si tratta di un equilibrio precario messo a dura prova nei momenti di fisiologico cambiamento come la convivenza o la nascita dei figli. Ed ecco che a volte la coppia “scoppia”.

Psicologa Vomero | La teoria dell’attaccamento di Bowlby 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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La teoria dell’attaccamento di Bowlby

La teoria dell’attaccamento di Bowlby

Una delle teorie sull’infanzia più conosciute ed applicate è quella dell’attaccamento, sviluppata da Bowlby tra il 1958 e 1963. L’autore definisce “attaccamento” la tendenza dell’essere umano a strutturare solidi legami affettivi con particolari persone, la cui perdita causa profondi turbamenti emotivi e disturbi della personalità, sia nel bambino che nell’adulto.

Nel definire le funzioni del comportamento di attaccamento, Bowlby ha abbracciato una spiegazione di tipo evoluzionistico, attingendo agli studi etologici sul comportamento istintivo delle altre specie animali. Secondo l’autore, in modo simile a quanto accade ai piccoli di altre specie che, in un periodo critico dello sviluppo subiscono un imprinting potente, automatico e irreversibile che li lega a chi si prende cura di loro, il neonato si attacca intensamente a chi si prende cura di loro, sia da un punto di vista comportamentale sia dal punto di vista emotivo.
Il comportamento di attaccamento si sviluppa per mantenere una prossimità nei confronti della figura di attaccamento ed evitare così i pericoli. Il comportamento complementare a quello di attaccamento del bambino è il “prendersi cura” del genitore, che si esprime come disponibilità, comprensione e intervento quando insorgono difficoltà per il piccolo. Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti che possono aiutarlo a difendersi, anche se in modo disfunzionale, per la sua crescita e il suo benessere futuro.

L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro.
Lo stile e il comportamento di attaccamento di una persona nel corso della vita può dipendere dallo stile di attaccamento che il bimbo ha avuto con la madre da piccolo e si può in certi casi tramandare al proprio figlio/a.
La strange situation, implementata da Ainsworth nel 1969 ha consentito di individuare per la prima volta nel 1971 in bambini di 12 mesi tre pattern comportamentali organizzati di risposta a episodi di brevi separazioni e successive riunioni nei confronti di un genitore in un ambiente nuovo: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente.

– Attaccamento sicuro. Il bambino ha fiducia nella disponibilità della figura parentale in situazioni di pericolo e questo lo rende tranquillo nello spingersi ad esplorare le novità. Questo schema è prodotto da un genitore che nei primi anni del bambino sia stato disponibile e pronto a rispondere alle sue richieste di protezione.
– Attaccamento insicuro-evitante. Il bambino insicuro-evitante non ha fiducia che la figura di attaccamento risponderà alle sue richieste di aiuto, anzi si aspetta di essere rifiutato. Ha sperimentato più volte la difficoltà ad accedere alla figura di attaccamento e ha imparato

Psicologa Vomero | Violenza familiare 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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La violenza familiare assistita

La violenza familiare assistita

Per violenza familiare assistita si intende qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative adulte o minori di cui il bambino può fare esperienza direttamente, quando il bambino è presente durante la violenza, o anche indirettamente, quando il minore è a conoscenza della violenza e ne percepisce gli effetti. Rientrano nella categoria della violenza assistita anche quelle situazioni in cui il minore assiste a violenze su altri minori e/o altri membri della famiglia, oppure ad abbandoni e maltrattamenti a danni di animali domestici.

In questa definizione si tiene conto del fatto che non solo vedere la violenza, sentire il rumore delle percosse, della rottura degli oggetti, le grida, gli insulti e le minacce, i pianti ha un impatto doloroso, confondente e spaventoso sui bambini, ma lo ha anche sapere che determinate cose avvengono, constatarne gli effetti vedendo oggetti distrutti, venire a contatto o a conoscenza degli effetti fisici della violenza sul proprio familiare. Ma doloroso e pauroso è anche percepire la disperazione, l’angoscia e lo stato di terrore delle vittime.

I bambini provano rabbia, paura di perdere il genitore protettivo, paura di dover ritornare nella situazione violenta, il bisogno di comprendere cosa è successo e sentimenti ambivalenti verso il genitore maltrattante.

In caso di violenza assistita alcune aree di sviluppo appaiono più compromesse di altre:

  • legame di attaccamento;
  • adattamento e competenze sociali;
  • comportamento;
  • abilità cognitive e problem solving;
  • apprendimento scolastico;

Infatti, le figure di attaccamento da un lato terrorizzate e disperate, dall’altro pericolose e minacciose, fanno sviluppare nei bambini un attaccamento disorganizzato. Inoltre, vengono spesso riscontrate depressione, ansia, inquietudine, colpa, bassa autostima, aggressività, crudeltà verso gli animali, immaturità o ipermaturità, difficoltà nel comportamento alimentare, alterazioni del ritmo sonno-veglia, incubi ed enuresi notturna, comportamenti autolesivi.
Nei bambini testimoni di violenze può essere presente il senso di colpa per il fatto di sentirsi privilegiati quando non vittimizzati direttamente, nello stesso tempo possono percepirsi come responsabili della violenza perché cattivi e sentirsi impotenti a modificare la situazione; i bambini possono sviluppare comportamenti adultizzati d’accudimento verso uno o entrambi i genitori ed i fratelli e diventare protettori mettendo in atto a tal fine numerose strategie come andare a controllare chi suona alla porta o rispondere al telefono per filtrare le telefonate del maltrattante, o cercare di essere presente a tutte le conversazioni tra adulti, assumere comportamenti compiacenti e dire bugie ma anche imparare a dar ragione all’uno o all’altro genitore a seconda delle circostanze o in base al fatto di stare in quel momento con l’uno piuttosto che con l’altro.

Le vittime di violenza assistita apprendono che l’uso della violenza è normale nelle relazioni affettive e possono addirittura essere incoraggiate o costrette ad insultare o picchiare la madre ed i fratelli; possono imparare che l’espressione di pensieri, sentimenti, emozioni è pericolosa in quanto può scatenare violenza.

Si rileva con frequenza che, negli adolescenti aumentano i comportamenti violenti verso madre e fratelli, mettendosi in atto una sorta di sostituzione del padre a causa dell’apprendimento di modelli relazionali distorti e dello sviluppo di disturbi a livello emotivo e comportamentale; in alcune ricerche (Luberti et al., 2005) si rileva una più alta incidenza negli adolescenti di comportamenti devianti e delinquenziali: la violenza assistita è considerata una delle cause delle fughe da casa, del bullismo, della violenza nei rapporti sentimentali tra adolescenti e dei comportamenti suicidiari.

L’educazione affettiva di questi minori in generale è impregnata di stereotipi di genere, connotati dalla svalutazione della figura materna e da disprezzo verso le donne o verso le persone viste come più deboli ma anche verso gli uomini che a tali stereotipi sembrano non adeguarsi.

Nella violenza domestica i bambini possono riportare anche danni fisici diretti perché colpiti accidentalmente o perché spinti o picchiati quando cercano di difendere la madre e/o i fratelli. Senza un intervento finalizzato alla protezione fisica e psicologica dei minori vittime di violenza assistita ed alla cura degli effetti post-traumatici, i bambini possono avviarsi alla vita adulta con un bagaglio di problematiche comportamentali e psicologiche cronicizzate, manifestando quindi conseguenze a lungo termine. Negli adulti vittime nell’infanzia di violenza assistita possono riscontrarsi in particolare: paura, impotenza, colpa, vergogna, bassa autostima, distacco emotivo, depressione, disturbi d’ansia, aggressività, passività, dipendenza, somatizzazioni di diverso tipo, abuso di sostanze, difficoltà di autoprotezione e tendenza ad essere vittimizzati, difficoltà genitoriali, trascuratezza, violenza fisica, psicologica e sessuale ai danni di partner e figli e/o di terze persone. L’aver subito e/o assistito a maltrattamenti intrafamiliari è tra i maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di comportamenti violenti nella vita adulta. L’analisi clinica di soggetti violenti fa emergere non solo la loro introiezione di modelli relazionali basati sulla violenza, ma anche il risentimento verso madri che non hanno saputo proteggere loro stesse e i loro figli sottraendoli dal padre violento.

I comportamenti problematici che emergono a breve termine soprattutto nei bambini più piccoli, sono in genere legati al controllo: dal momento che non hanno potuto controllare le situazioni in cui la madre subiva violenza, cercano spazi propri in cui possono esercitare il controllo. Quindi in molti casi sono bambini che manifestano tratti ossessivi, che non sopportano le incertezze e che difficilmente si dimostrano creativi. Spesso questi bambini si perdono la gioia del coinvolgimento appassionato, del gioco spensierato, dell’immaginazione e della vita del corpo, perché lasciarsi andare provocherebbe loro ansia. Questo è dovuto spesso alla paura di diventare eccessivi, di trasformarsi in un vulcano in eruzione o di soffrire troppo se mostrano le proprie emozioni.

Vengono da situazioni traumatiche e per sopravvivere hanno dovuto blindare le emozioni, e questo porta ad una difficoltà a vivere pienamente anche le emozioni positive.

Psicologa Vomero | Il disturbo Borderline 28 Dic 2018

BY: Dr.ssa Fabiana Fratello

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Il disturbo borderline

Il disturbo borderline

Il termine borderline è nato in ambito psicoanalitico per indicare patologie più gravi delle psiconevrosi.
Successivamente si è esteso alla psichiatria, ma non è mai entrato nel linguaggio comune, come termini quali schizoide, paranoico, narcisista, ecc., probabilmente per la sua poca chiarezza. Infatti il termine borderline racchiude un universo patologico tra la nevrosi e la psicosi difficilmente definibile e instabile.

Potrebbe essere considerato, in diagnosi controtransferale, come indice di indecisione nel terapeuta.
Nonostante questa incertezza continua ad essere usato a testimonianza di un bisogno di assolvere a scopi funzionali probabilmente diversi. Il vantaggio più evidente dell’utilizzo della terminologia borderline è di aver unificato una serie di etichette diagnostiche quali “carattere impulsivo” di Reich, “schizofrenia atipica” di Kasanin, “carattere psicotico” di Frosch o “personalità abbandonica” della scuola francese.

Il primo autore che ha approfondito questa tematica è stato Grinker, che identificò una serie di caratteristiche per lo più comportamentali del borderline: ipersensibilità alle critiche, inadeguatezza nell’intimità, bassa autostima e tendenza alla depressione, sospettosità e presenza di rabbia o emozioni molto intense. Successivamente Kernberg definì il borderline come una modalità intrapsichica specifica e stabile nel tempo caratterizzata da: diffusione di identità, esame di realtà conservato, meccanismi difensivi arcaici quali la scissione, la negazione e l’identificazione
proiettiva.

Gunderson e colleghi sottolineano nel borderline i seguenti comportamenti: basso rendimento lavorativo, impulsività, gesti suicidari di tipo manipolativo, buon livello di socializzazione anche se superficiale, tendenza alla depressione e difficoltà nell’instaurare rapporti intimi.

Facendo confluire le teorie di Kernberg e Gunderson, il borderline è così definito:

  • Rapporti interpersonali instabili e intensi;
  • Impulsività
  • Instabilità dell’umore;
  • Rabbia intensa e inappropriata;
  • Comportamenti fisicamente auto lesivi;
  • Disturbo di identità;
  • Cronici sentimenti di vuoto e noia;
  • Difficoltà a tollerare la solitudine.

Inoltre, il borderline ha secondo Lalli una particolare modalità espressiva che consiste nella tendenza a spostare continuamente il centro del problema e che si collega a una caratteristica psicodinamica importante relativa alla difficoltà di entrare in intimità.
Possiamo sintetizzare le informazioni fin qui raccolte come segue: il borderline è un soggetto con problemi di identità, con difficoltà a instaurare rapporti intimi, con paure abbandoniche, con tendenza agli acting-out, con oscillazioni dell’umore, crisi di rabbia violente e immotivate, suscettibilità ed ipersensibilità alla critica che può arrivare a sviluppare un vero e proprio delirio persecutorio, e diffidenza. E’ importante sottolineare che tutti questi aspetti si evidenziano in situazioni dove siano presenti dinamiche affettive, altrimenti, superficialmente, il borderline appare come una persona sufficientemente normale.

Secondo Lalli, a queste caratteristiche si aggiunge la sensazione di un torto subito che porta il borderline a vivere i comportamenti degli altri come ingiusti e lesivi. Spesso questo torto è stato subìto nell’infanzia ma non sempre c’è il ricordo di un episodio preciso. Questo trauma di base viene elaborato dal borderline attraverso tre dinamiche basilari: la scissione; la maschera; la tendenza a far impazzire l’altro. La prima è una dinamica intrapsichica che serve a far sopportare il trauma, l’ultima è relazionale e ha lo scopo di vendicarsi dell’altro per il torto subìto e la seconda fa in qualche modo da cerniera tra le altre due.

La scissione

La rabbia non viene rimossa ma resta cosciente.
Non potendo però essere espressa pena la perdita dell’oggetto, viene esperita in situazioni non collegate al motivo della rabbia. Questo spiega gli accessi di rabbia immotivata.

La maschera

La maschera serve a coprire la parte scissa e spiega la sensazione di inautenticità del borderline e la capacità di mantenere relazioni sociali superficiali apparentemente normali.

La tendenza a far impazzire l’altro

Una prima modalità per far impazzire l’altro consiste nell’essere ipercritici, cosa che al borderline riesce benissimo perché intuisce facilmente, attraverso se stesso, le dimensioni negative più o meno consapevoli dell’altro, risultando spesso impietoso. Una seconda modalità consiste nel non vedere gli aspetti positivi dell’altro.

Per una corretta diagnosi borderline, che secondo Lalli deve poi essere sostituita con una più specifica che metta in luce il funzionamento del paziente, è di grande importanza l’aspetto controtransferale. Già dalla raccolta dell’anamnesi, infatti, il soggetto borderline tende ad essere contraddittorio, ad oscillare tra vissuti opposti e mostra la tendenza a mettere in difficoltà l’altro soprattutto nella capacità di comprendere. Questi elementi suscitano nel terapeuta un particolare controtransfert. L’attività terapeutica con questi pazienti risulta faticosa e frustrante per le loro continue sfide, per le minacce autolesive e per l’imprevedibilità dei comportamenti. Per la diagnosi borderline, il controtransfert è fondamentale, il terapeuta, infatti, ha la sensazione che frantumata la
maschera e i meccanismi difensivi, il paziente potrebbe rischiare un crollo psicotico e manifestare una struttura psicopatologica più grave.

I disturbi di personalità sono caratterizzati da modalità profondamente radicate inflessibili e mal adattive sia nella percezione del mondo che di se stessi. Lalli preferisce parlare di disturbi strutturali del carattere, intendendo per strutturale una sedimentazione di eventi di natura traumatica in età infantile che hanno comportato un abnorme
strutturazione di meccanismi difensivi molto primitivi e una conseguente difficoltà di instaurare una relazione terapeutica.

Lalli evidenzia anche una particolarità espressiva nel borderline che consiste nell’opacità e approssimazione del linguaggio e nel spostare sempre il centro del problema, del parlare del “ben altro” che sottolinea la difficoltà di entrare in relazioni più profonde e alla preclusione di visioni alternative. Questa modalità del pensiero apre la strada anche alla possibilità che nel borderline sia presente un disturbo del pensiero. Il pensiero del borderline non è frammentato, ma rigido nel contenuto e tangenziale nella forma, spesso poco fluido e ripetitivo.

di Simona Baiocco e Fabiana Fratello